La unit linked è una polizza, ma solo se ha il rischio demografico

La sentenza n. 6319 del 5 marzo 2019 è intervenuta sulla corretta qualificazione delle polizze unit linked, le quali, come noto, correlano il proprio rendimento all’andamento di fondi comuni, azioni, ETF e che rappresentano il sottostante di riferimento dei premi assicurativi corrisposti dall’assicurato/contraente in fase di sottoscrizione e durante la vita della polizza. Il caso all'attenzione del giudice di legittimità era quello di un cliente che ha domandato la nullità di una polizza il cui premio (1 milione di euro versati in unica soluzione) era stato investito nell'acquisto di quote di un fondo d'investimento, il cui valore si era dimezzato dopo pochi mesi a causa del noto “crack Madoff”. La polizza garantiva ai beneficiari la corresponsione (alla morte del contraente) di una somma di valore pari a quello delle quote dei fondi nei quali il premio era stato investito oltre a un capitale aggiuntivo pari allo 0,1% del controvalore delle quote, ma con un cap di 15mila euro. La Cassazione accoglie dunque il ricorso del cliente sancendo il principio per cui per riuscire a discernere se si abbia un prodotto effettivamente assicurativo va valutata l'entità della prestazione dell'assicuratore e, pertanto, nella fattispecie, se il rischio demografico (trattandosi di polizza vita) sia contemplato nella polizza e se l'entità della prestazione garantita dall'assicuratore, a fronte del capitale versato, non sia «talmente irrisoria da vanificare completamente l'equilibrio delle prestazioni» (il premio versato dal contraente, da un lato; l'indennizzo dovuto dall'assicuratore, dall'altro). La pronuncia della Suprema Corte è destinata ad avere un impatto rilevante sulla fiscalità diretta degli eventuali riscatti parziali del contraente durante la vita del contratto di polizza (c.d. tax deferral) e in materia di inclusione o meno del valore della polizza all’interno dell’attivo ereditario ai fini dell’imposta di successione e donazione.

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