Rivalutabili i marchi anche non iscritti a bilancio

La rivalutazione dei beni d’impresa introdotta dall’articolo 110 del D.L. 104/20 consente alcune riflessioni sia contabili sia fiscali sugli intangibili non iscritti in bilancio.

Un caso classico riguarda i marchi d’impresa.

La finalità del provvedimento è consentire di rivalutare determinati asset senza l’obbligo di rivalutare tutti quelli rientranti in una determinata categoria omogenea, anche se ciò non si applicava ai beni immateriali (circolare 14/E/17 par. 5). Rispetto al passato gioca un ruolo fondamentale anche la fissazione di una sostitutiva assai calmierata (pari al 3%) che, a fronte dei maggiori ammortamenti deducibili ai fini Ires ed Irap (pari almeno al 27,90%) può determinare una netta convenienza anche fiscale.

In questo contesto va valutata la casistica dei marchi d’impresa, spesso protetti giuridicamente con la registrazione pur non essendo stati iscritti fra i cespiti. Ciò in quanto le spese di registrazione possono essere tutto sommato limitate e quindi la scelta dell’impresa può essere stata quella di spesare tutto a conto economico.

La problematica

Ci si domanda, quindi, se in questo caso la rivalutazione sia consentita.

Se si guarda al dato normativo, il comma 1 dell’articolo 110 del D.L. 104/20 richiede che i beni d’impresa risultino dal bilancio dell’esercizio in corso al 31 dicembre 2019.

Ciò potrebbe quindi sembrare preclusivo alla rivalutazione di questi asset in quanto non iscritti. D’altra parte la protezione giuridica degli stessi potrebbe invece far propendere per la possibilità di una loro rivalutazione. Perché in definitiva impedirne la rivalutazione per il solo fatto che i costi siano stati spesati anziché capitalizzati parrebbe sperequato e comunque non decisivo. Infatti, la dottrina è generalmente propensa a ritenere che anche in tali ipotesi sia possibile procedere alla rivalutazione, argomentando che la prova dell'esistenza dei beni, per i beni immateriali, sarebbe basata sul presupposto della presenza di una loro tutela giuridica a prescindere dell'iscrizione in bilancio (in tal senso Assonime, nella circ. n. 23/2006).

Per quanto concerne la rivalutazione di un marchio protetto non iscritto nell’attivo dello stato patrimoniale vi sono alcuni passaggi di prassi che sembrerebbero far propendere per tale soluzione. Infatti l’ipotesi del marchio registrato ma non capitalizzato presenta delle similitudini con quella dei beni completamente ammortizzati. La circolare 14/E/17 (paragrafo 1) ammette la rivalutazione di tali beni, seguendo l’approccio previsto dall’articolo 2 del Dm 162/2001. Peraltro una vecchia risoluzione del Ministero delle Finanze (la n. 9/611 del 10.8.1991, di recente richiamata anche nelle risposte 19 e 609 del 2020) sul frazionamento della plusvalenza relativa alla cessione di un marchio si era espressa favorevolmente nel considerare il marchio come bene patrimoniale in grado di generare plusvalenze, sebbene lo stesso non fosse mai stato iscritto in bilancio.

Sempre dal punto di vista contabile, la norma di rivalutazione si applica ai soggetti che non adottano i principi contabili internazionali nella redazione del bilancio. La rivalutazione effettuata nel bilancio civilistico dovrebbe potersi conservare anche nel consolidato, posto che non si inquadra come operazione effettuata a livello infragruppo e quindi dovrebbe poter mantenere la sua validità.

Differente sembra, invece, l’ipotesi in cui vi sia un bilancio di esercizio Oic e un consolidato Ias. Perché da un lato il mantenimento della rivalutazione del marchio nel consolidato Ias potrebbe ammettersi ricorrendo, anziché al metodo del costo, a quello della rideterminazione del valore previsto dallo Ias 38. Sennonché mentre nei principi nazionali (Oic 24) l’iscrizione di un marchio autoprodotto è consentita, non altrettanto parrebbe in ambito Ias, laddove i paragrafi 63 e 64 dello Ias 38 non sembrano ammettere la rilevazione come attività immateriali di marchi, testate giornalistiche, diritti di editoria, anagrafiche clienti ed elementi simili nella sostanza, se generati internamente.


Step-up of trademarks

The step-up of trademarks introduced by Article 110 of Law Decree 104/20 allows some reflections on both accounting and taxation of intangibles not recorded in the financial statements.

A classic case concerns trademarks.

The purpose of the measure is to allow certain assets to be revalued without the obligation to revalue all those falling into a certain homogeneous category, although this did not apply to intangibles (Circular 14/E/17 par. 5). Compared to the past, a fundamental role is also played by the setting of a very low substitute tax (equal to 3%) which, compared to the higher deductible amortisation for IRES and IRAP purposes (equal to at least 27.90%) can determine a clear advantage for tax purposes.

In this context, the case of trademarks should be evaluated, which are often legally protected by registration even though they have not been entered among the assets. The reason for this is that the registration costs may be limited and the company may have chosen to charge everything to the profit and loss account.

The issue

The question therefore arises whether revaluation is permitted in this case.

If we look at the legislation, paragraph 1 of Article 110 of Decree-Law 104/20 requires that the business assets appear in the financial statements for the year in progress as of 31 December 2019.

This could therefore seem to preclude the revaluation of these assets as they are not registered. On the other hand, the legal protection of the assets may suggest that they can be revalued. Because, in the end, preventing revaluation simply because the costs have been expensed rather than capitalised would seem inequitable and not decisive. In fact, the doctrine is generally inclined to believe that even in such cases it is possible to proceed with the revaluation, arguing that the proof of the existence of assets, for intangible assets, would be based on the assumption of the presence of their legal protection regardless of their registration in the financial statements (in this sense Assonime, in Circular No. 23/2006).

As regards the revaluation of a protected trademark not recorded in the assets of the balance sheet, there are some passages of fiscal practice that would seem to favour this solution. In fact, the hypothesis of the trademark registered but not capitalised presents similarities with that of fully depreciated assets. Circular 14/E/17 (paragraph 1) admits the revaluation of such assets, following the approach provided by Article 2 of Ministerial Decree 162/2001. Moreover, an old resolution of the Ministry of Finance (no. 9/611 of 10.8.1991, recently recalled also in the answers 19 and 609 of 2020) on the splitting of the capital gain relating to the sale of a trademark had expressed itself in favour of considering the trademark as an asset capable of generating capital gains, although it had never been recorded in the financial statements.

Also from an accounting point of view, the revaluation rule applies to entities that do not adopt international accounting standards in preparing their financial statements. The revaluation carried out in the statutory financial statements should also be retained in the consolidated financial statements, since it is not an intra-group transaction and should therefore remain valid.

On the other hand, the hypothesis in which there are OIC financial statements and IAS consolidated financial statements seems different. Because on the one hand, the maintenance of the revaluation of the brand in the IAS consolidated financial statements could be allowed by using, instead of the cost method, the restatement method provided by IAS 38. However, while in the national principles (Oic 24) the recognition of a self-produced trademark is allowed, the same does not seem to be true for IAS, where paragraphs 63 and 64 of IAS 38 do not seem to allow the recognition as intangible assets of trademarks, mastheads, publishing rights, customer lists and similar elements in substance, if generated internally.

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